burnout

Burnout quotidiano. Hegel e la cura dello stress da relazioni personali

Da patologia lavoro-correlata a sindrome esistenziale. Il contributo della Consulenza Filosofica per tornare a conferire valore alle nostre azioni

di Francesca Guercio

Paolo è approdato alla Consulenza Filosofica per averne letto qualche notizia nell’articolo di un rotocalco trovato sul comodino di una signora di cui si prende cura. Fa l’assistente sanitario e ha scelto questo mestiere trent’anni fa, spinto da motivazioni interiori molto forti. Aveva nel cuore il fuoco sacro della filantropia e in mente un piano preciso su come avrebbero dovuto andare le cose nel mondo.

Mi racconta delle difficoltà e della fatica sperimentate in gioventù, del precariato, dei turni di notte, delle lotte sindacali. Disegna con chiarezza, per me, i tratti di una personalità in cui altruismo, generosità e un’elevata energia fisica si sposavano con una visione delle problematiche sociali in cui, gramscianamente, il pessimismo della ragione alimentava l’ottimismo della volontà.
Poi, poco alla volta, l’idealismo ha ceduto il passo davanti alle reiterate frustrazioni. Paolo accusa i tipici sintomi del burnout più convenzionale.

Da sindrome della psicologia sociale a cifra di vita quotidiana

Intanto, la pressione incessante dei ritmi lavorativi stenta a trovare per lui adeguato compenso economico. Poi, slanci e propositi che a parer suo migliorerebbero le prestazioni vengono sistematicamente ricusati dai datori di lavoro facendolo sentire, nello stesso tempo, insoddisfatto e inutile.

Di burnout si cominciò a parlare durante i primi anni Settanta del Novecento nell’ambito della psicologia sociale. Questa “sindrome” capace di bruciare energie, motivazioni ed emozioni fu rilevata tra quanti, proprio come Paolo, si occupavano di infermi e persone in stato di disagio. Professionisti delle relazioni d’aiuto o familiari di persone malate. Poco alla volta i mestieri in odore di tracollo nervoso si sono moltiplicati. Psicoterapeuti, naturalmente, ma anche insegnanti, avvocati, agenti delle forze dell’ordine, perfino consulenti finanziari ne rischiano la manifestazione.

Ma la nostra attività di Consulenti Filosofici ci mostra di frequente come gli effetti proprii dello stress prolungato e inappagato abbiano varcato i confini delle patologie lavoro-correlate.

Dacci oggi la nostra occasione di esaurimento quotidiano

Ormai, del resto, il termine è entrato nel linguaggio comune. E non è un caso.

Va da sé che ogni contingenza che impegni in una fitta relazione con altri esseri umani consumi energie. Anche quando risulti ovvia la mancanza di un’equipollenza di valore tra le esperienze che ci vedono ingaggiati. Intendo dire che le chiacchiere forzose tra gli esacerbati in attesa dei mezzi pubblici sovraffollati e perennemente in ritardo insidiano sottilmente il nostro dispositivo di autoalimentazione. Anche se non contemplano le cure e l’ascolto che, volentieri e consapevolmente, dedichiamo alle problematiche dei figli; tanto per fare un esempio. Ancora, la costruzione di un dialogo saldo e affettuoso con amici e familiari richiede presenza, attenzione e continue ricontrattazioni con il nostro sistema di valori, scopi e significati non meno delle tensioni nel luogo di lavoro.

I pericoli della fretta

Peraltro, la quotidianità è corrosa da sua maestà la fretta; signora assoluta di un regime tecnologico di domande e… offerte che sembra impossibile rifiutare.

Trovare periodi liberi e spazi di silenzio per recuperare le forze grazie a un’indagine interiore che ci consenta di fare i conti tra l’orizzontalità dell’esistenza e la verticalità delle nostre aspirazioni diventa vieppiù difficile. Anche il tempo della vacanza è stato assediato. Le statistiche confermano che i soggiorni nelle località di villeggiatura si sono accorciati drasticamente dagli anni Sessanta del secolo scorso. In un circolo vizioso del quale si è perso il punto d’inizio, non abbiamo più “vuoti” nei quali riposare e incontrare noi stessi. E, naturalmente, permaniamo in contatto con altri individui incastrati nelle medesime condizioni!

Sottoposti a stress e obbligati a trattare con un prossimo sofferente, insoddisfatto, arrabbiato, deluso, disingannato, che vive situazioni di crisi e bisogno materiale o spirituale ci accorgiamo spesso di non poter fare nulla di davvero radicale per cambiare il mondo.

Né martiri né eroi

È plausibile, perciò, che l’era contemporanea conti il numero più alto di màrtiri del burnout.

Màrtiri, ho digitato d’istinto. E d’un tratto mi è tornata alla mente, in modo impreciso, una citazione che ho dovuto frugare tra i libri per poter trascriverla con precisione.

È tratta da Q, del collettivo Luther Blisset:

Chi mostra abbastanza intelligenza per capire il mondo e troppo poca per imparare a vivere non si può sperare in qualcosa di diverso dal martirio.

Siamo infermi che incontrano altri infermi.

Eppure un appello interiore ai valori più alti dell’umanità continua a chiamarci, mentre pare che dimensioni come la compassione e la misericordia, la solidarietà e la capacità di commozione, la comprensione e la carità vadano polverizzandosi.

Un’operazione di ricognizione e indagine logico-razionale delle argomentazioni che sottendono i nostri intendimenti più ancestrali può aiutare a riconferire valore alle nostre azioni. Ma bisogna darsi il tempo per questa ricerca.

Il fine è un cuore che ha in sé una legge

Paolo ha scelto di darselo. Anche se lui, sorridendo, sostiene che era arrivato al punto da non avere altra scelta che darsi questa scelta. Quando gli ho citato Hegel si è schermito ricordandomi il suo diploma da perito industriale e ho dovuto giurargli che non intendevo fargli un’interrogazione sull’idealismo tedesco. Adesso, quando i suoi assistiti lo ringraziano per la cura che dedica loro risponde che dovrebbero piuttosto benedire “un certo filosofo tedesco vissuto qualche secolo fa” che gli ha ridato il senso dell’autocoscienza.

L’autocoscienza che ha riportato Paolo all’ordine denso di significato del proprio impegno quotidiano è quella che per Hegel conservava in sé una legge (l’universale) che egli chiamava “legge del cuore”. Un’essenza che ognuno ha “per sé” come singolarità e che tuttavia è talmente ricca da considerare questo essere-per-sé come qualcosa di necessario e universale.

A questo cuore si contrappone una realtà. Nel cuore, infatti, la legge è soltanto per sé, non ancora realizzata.

Via dalla “vuota ampollosità” della coscienza

Così scrive il filosofo tedesco nella Fenomenologia dello Spirito. E continua precisando che la

realtà è, da una parte, una legge che opprime l’individualità singola, un tirannico e violento ordine del mondo che contraddice la legge del cuore; dall’altra parte, invece, è un’umanità che patisce sotto questo ordine del mondo, un’umanità che, non seguendo la legge del cuore, resta sottomessa a una necessità estranea.

Il mio consultante, che ringrazio per avermi concesso di parlare del suo caso, ha rintracciato in queste parole l’equilibrio che aveva smarrito per mantenere la rotta nelle brulle contingenze di un mestiere che richiede di essere irrorato dalla dedizione.

Più in generale, per la nostra vita quotidiana, possiamo derivare da Hegel il principio di una coscienza virtuosa che fugga la “vuota ampollosità” e che abbia la pretesa di realizzare il bene mediante la serietà con la quale l’individualità persegue il fine altissimo di un’eccellenza al servizio dell’umanità.

Accordare la coscienza al corso del mondo

Il filosofo dello spirito non lascia scampo. Precisa:

La virtù viene dunque sconfitta dal corso del mondo perché essa, di fatto, ha per fine l’essenza astratta e irreale […] l’astrazione, però, non ha verità, bensì è solo per la coscienza.

Quella di accordare la “coscienza” al “corso del mondo” è forse l’impresa più delicata e audace che ogni essere umano è chiamato a compiere. Lì si dà concretezza e realtà alla virtù. Cadute, cedimenti, errori sono parte del cammino. L’attitudine a esplorare le pieghe di tutte le essenze in gioco può essere appresa, giorno dopo giorno, grazie alla curiosità e alla capacità di meravigliarci. E può metterci al riparo dalla desolazione del martirio che rischia di consumare le anime belle.

 


Autore dell'articolo: Dott.ssa Francesca Guercio

Dott.ssa Francesca Guercio
Francesca Guercio è Consulente Filosofica, Counselor Esistenziale e Formatrice in Pratiche Teatrali. Docente di materie letterarie, è stata contrattista presto le università “Tor Vergata” e “Lumsa” e come attrice e regista collabora stabilmente con l’associazione “Figli di Hamm”. Accompagna gli ospiti desiderosi di compiere un percorso di conoscenza, ricerca di senso e trasformazione personale orientata all’arte di ben vivere in incontri individuali, di coppia e di gruppo. I primi prevedono uno scambio basato sul colloquio, i secondi possono comprendere sia la mera riflessione verbale (è il caso, per esempio, dei caffè filosofici, delle sessioni di meditazione sui testi ed esperienze di lettura contemplativa, degli incontri con la formula del “dialogo socratico”) sia semplici esercizi di consapevolezza corporea, improvvisazione e creatività dedotti dalle metodologie teatrali. RICEVE a ROMA in via dei Quinzi, 37 (Metro A - Numidio Quadrato) presso l’Accademia Nazionale di Scienze Olistiche e ad ALBANO LAZIALE in prossimità della stazione ferroviaria Villetta sulla linea Roma Termini-Albano Laziale. CONTATTI: francesca@figlidihamm.org; 331-9429223; Linkedin: https://www.linkedin.com/in/francesca-guercio-49b017148/

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