figli autonomi

Figli autonomi o genitori frettolosi?

Osservo sempre più spesso come ci sia una sorta di confusione nelle famiglie rispetto a cosa significhi crescere figli autonomi e competenti

Qualche giorno fa  ho sentito una madre essere orgogliosa del fatto che a due anni e mezzo suo figlio è autonomo e non ha bisogno di lei.  Quello che ho visto è che questo bimbo era talmente “autonomo” che non ascoltava la madre. La sig.ra nonostante ce ne fosse motivo non riusciva a dirgli di “NO” in nulla. Il fatto che i figli non ascoltino i genitori e facciano quello che vogliono è molto diverso ai miei occhi dal concetto di bambino autonomo e capace. Penso che non ci sia nulla di male, anzi, nel fatto che i bambini abbiano bisogno dei genitori.

I bisogni dei bambini

I piccoli hanno bisogno di calore, di amore, di coccole, di regole, di insegnamenti, di fermezza e di autenticità e di un modello.  La parola autonomia è accattivante, ma sento il pericolo che la sua ricerca a tutti i costi lasci spazio per un disimpegno delle figure genitoriali. I figli hanno bisogno di tante cose, sicuramente anche di imparare a muoversi nel mondo autonomamente, ma per poterlo fare prima hanno bisogno di sentire che possono fidarsi ed affidarsi ai propri genitori. Penso ai genitori come persone alle prese costantemente con il ruolo difficilissimo di chi sostiene e affianca ma che non si appropria della vita altrui.

Come aiutarli a crescere

C’è un tempo per essere piccoli e questo tempo va rispettato per garantire la possibilità un giorno a quel bimbo di poter diventare un adulto. Aiutare i figli ad essere autonomi nelle cose che possono fare in base alla loro età, diverge enormemente dal creare piccoli adulti che non hanno bisogni o desideri. Forse la grande paura dietro a questa spinta cosi forte all’autonomia è la dipendenza. In un mio precedente articolo ho parlato della dipendenza sana,penso che  sia necessaria per arrivare poi ad una differenziazione di se stessi all’interno del proprio nucleo familiare.

La differenziazione del Sé

Murray Bowen, psichiatra e pioniere della terapia familiare americana, ha concettualizzato un originale modello descrittivo del funzionamento relazionale familiare. La Family System Theory descrive la famiglia umana come un sistema che segue le leggi dinamiche dei sistemi naturali.  Il cambiamento che avviene in una parte del sistema è seguito da un cambiamento compensatorio di tutte le altre parti. Bowen ha tentato di classificare tutti i livelli di funzionamento emotivo umano in un continuum. Egli ha elaborato una scala di differenziazione che va dal polo della massima intensità di indifferenziazione dell’io familiare, al polo della totale differenziazione del sé. Al massimo valore, nessuno in verità appartiene, poiché, come afferma, non esiste una persona che abbia tutte le caratteristiche della totale differenziazione del sé.

Cosa significano differenziazione e indifferenziazione

Un individuo è indifferenziato quando i suoi bisogni emotivi e insicurezze lo costringono a rinunciare alla sua individualità. Questo nel tentativo di preservare o assicurarsi l’affetto e l’accettazione degli altri. D’altra parte, un individuo differenziato è molto più sicuro della propria identità. E’ libero di instaurare relazioni intime così come di perseguire obiettivi significativi. Possiede più probabilità di raggiungere il successo in ogni aspetto della vita.

Dott.ssa Giulia di Rienzo, Psicologa e Psicoterapeuta Relazionale.


Autore dell'articolo: Dottoressa Giulia di Rienzo

Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale, iscritta all’ordine degli Psicologi del Lazio in data 02/04/2007 N° 14756 e degli Psicoterapeuti dal 2013. Libera Professionista, riceve in zona Re di Roma e Baldo degli Ubaldi (metro A) Psicoterapeuta dell’Accademia di Psicoterapia della Famiglia nel Servizio di consulenza clinica per i lutti e le perdite familiari, e nel Servizio rivolto alle coppie che si affidano al percorso di Procreazione Medicalmente Assistita. Tutor e Relatore all’interno della scuola di specializzazione. Psicoterapeuta della Fondazione Silvano Andolfi, nel servizio clinico rivolto agli immigrati.

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