solitudine malati

La solitudine vissuta nella malattia oncologica

La solitudine dei malati. A volte la si comprende, a volte ci si difende, altre ci si arrabbia per l’impotenza che non permette di fare di più.

Ho scelto di riflettere sulla solitudine con voi  perché ritengo sia molto importante il poter parlare di questi vissuti cosi rilevanti non solo da un punto di vista emotivo. Questi vissuti vanno considerati anche come fattori che influiscono sull’esito della malattia. In letteratura diversi studi attestano che la qualità dei rapporti sociali ha un profondo impatto durante l’esperienza del tumore. Non solo per alleviare il trauma della diagnosi, condividere le paure e le difficoltà delle cure e per aiutare nella riorganizzazione necessaria della quotidianità. Come dimostrato in uno studio di qualche anno fa su circa 2000 donne con una diagnosi di tumore della mammella, l’isolamento sociale è un fattore capace di influire sulle possibilità generali di sopravvivere, a parità di condizioni cliniche.

Battaglia estenuante

Il vissuto prevalente del malato è la sensazione di dover combattere una lunga battaglia da solo.

 

Questo perché la malattia investe in prima persona, il proprio corpo. Il proprio corpo tradisce, rivela una fragilità mai percepita prima, e porta un conto molto alto da pagare. La malattia rimette tutto in discussione e porta una ristrutturazione che investe fortemente anche i rapporti interpersonali.

 

Cambiamenti di priorità nella vita

Spesso si vive un cambiamento di priorità; alcuni aspetti della vita prima preponderanti vengono lasciati cadere, altri invece passano in primo piano. Molti cambiamenti avvengono proprio nelle relazioni intime, che siano legami d’amore o di amicizia.  Sicuramente in questo vissuto di solitudine gioca un ruolo importante la battaglia contro la malattia che occupa tutte le energie del malato e che lo fa concentrare su di se. Ma se questo da un lato da la sensazione di “risparmiare” energie vitali dall’altra accentua la percezione che sia una battaglia “a tu per tu”.

Spesso la solitudine percepita è una forma di “lutto anticipatorio“. Soprattutto nelle fasi avanzate della malattia si smorzano rapporti intensi nel tentativo, che purtroppo non funziona, di soffrire di meno. In altri casi ancora, per non avere delusioni dagli altri, per non sentirsi abbandonati da altri.

Malattia e relazioni

Secondo un’indagine della Fondazione Aiom (Associazione italiana di oncologia medica), ben un quarto delle donne che hanno avuto un tumore al seno si è poi separata dal partner per la sua inadeguatezza di fronte a un ostacolo tanto duro. Questo dato è davvero preoccupante se pensiamo a quante perdite un malato deve reggere. Non solo quella della propria condizione fisica mutata, ma anche quello relazionale, facendo cosi vivere una solitudine che sa di vuoto, di mancanza non di scelta.

Nella coppia che succede?

Nel momento in cui un tumore irrompe all’interno di una relazione coniugale di per se già fragile e precaria, emerge in maniera preponderante la difficoltà di accudire l’altro. Vivere e accettare tutti quei cambiamenti che investono sia la parte fisica della persona che quella emotiva diventa un peso insostenibile.  Diversamente avviene all’interno di una relazione con basi solide e mature dove la malattia rappresenta invece un’occasione per rinforzare e nutrire il legame su altri presupposti.

Un fase delicata, spesso sottovalutata: il follow up

Una fase a cui si pensa poco perchè “il pericolo è passato” in cui si sperimenta un forte senso di solitudine è anche quello del follow up. Qui dove oltre alla solitudine c’è l ansia che la malattia torni e che questa volta possa vincere. In queste fasi dei controlli non si ha più il contenimento quotidiano della struttura sanitaria che ha preso in carico la persona. In contemporanea le attenzioni di chi sta intorno non è più quella di prima. Ritengo che vista la delicatezza del tema  sia necessario poter pensare che un equipe di psicologi accompagni il percorso che la persona sostiene. Dall’inizio alla fine. Questo nel tentativo di evitare all’ansia e alla paura di diventare distruttive favorendo invece le possibilità di continuare ad investire le energie in compiti vitali.

dott.ssa Giulia di Rienzo, Psicologa e Psicoterapeuta relazionale.


Autore dell'articolo: Dottoressa Giulia di Rienzo

Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale, iscritta all’ordine degli Psicologi del Lazio in data 02/04/2007 N° 14756 e degli Psicoterapeuti dal 2013. Libera Professionista, riceve in zona Re di Roma e Baldo degli Ubaldi (metro A) Psicoterapeuta dell’Accademia di Psicoterapia della Famiglia nel Servizio di consulenza clinica per i lutti e le perdite familiari, e nel Servizio rivolto alle coppie che si affidano al percorso di Procreazione Medicalmente Assistita. Tutor e Relatore all’interno della scuola di specializzazione. Psicoterapeuta della Fondazione Silvano Andolfi, nel servizio clinico rivolto agli immigrati.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *