Pasqua

Di Pasqua e resurrezioni. Una riflessione per la primavera.

Quali parti di noi abbiamo ucciso? Cosa abbiamo sepolto? I nostri mali sono lì. Pietre pronte per essere spostate. Con coraggio.

di Francesca Guercio

Indipendentemente dal rapporto che ciascun singolo sviluppa con la fede, i testi sacri dicono sempre molto della civiltà che li ha concepiti. Le religioni sono sistemi culturali e un’antropologia dei libri che le esprimono va ben oltre l’analisi degli aspetti normativi. Nelle loro parole è possibile incontrare parti di noi con le quali entrare in dialogo anche per una ricerca affatto laica.

L’appuntamento con le festività pasquali è una buona occasione per meditare su un tema bellissimo e multiverso qual è quello della resurrezione.

Un’esperienza che, nella concreta astrattezza – l’ossimoro è inevitabile – del suo significato di “rinascita” sperimentiamo a ogni nuova fioritura di energie e condizioni. A ogni risanamento dopo una malattia, a ogni risalita da un periodo difficile sul piano esistenziale.

Dare luce è una scelta

Il Vangelo di Giovanni (20,1) riferisce l’esperienza che Maria di Magdala fa del ritorno alla vita di Gesù con una formula sulla quale vale la pena soffermarsi. Recatasi alla tomba del messia, scrive di lei l’apostolo, con felice sintesi, «vide che la pietra era stata rimossa dal sepolcro».

L’intero senso di qualunque palingenesi, a pensarci bene, è raccolto in queste poche parole. E tanto più sarà di guida per l’esperienza individuale quanto meglio ne indagheremo il significato. Non a partire dall’ovvietà per cui, certo, per uscire da un sepolcro è necessario togliere la copertura che lo serra. Bensì dalla considerazione personale su quali parti di noi abbiamo lasciato morire così che ci allignasse la pietra del dolore.

I nostri mali sono lapidi che si depositano là dove abbiamo, più o meno consapevolmente, finito per uccidere parti di noi. Negandole, misconoscendole, rifiutandole. Oscurandole.

La scelta di dare luce al sepolcro può contribuire a spostare la pietra.

Ciò che in noi è altro da noi, è ancora noi

Luigi Pirandello ha incentrato tutta la propria poetica sull’assunzione della pluralità di personaggi che vivono in ciascuno di noi come fatto incontrovertibile. E il tema vanta un’apprezzabile letteratura non soltanto in campo letterario.

Insieme all’Io al quale conferiamo in maniera privilegiata dignità d’esistenza privata e pubblica, riferendoci a lui come interlocutore pressoché unico e garante della nostra identità, convivono diversi alter ego. Qualunque dialogo interiore, in alcun modo evitabile per l’uomo, conduce a  incontrarli. Ma tale confronto può rivelarsi per taluni o in taluni casi un’esperienza d’angoscia. Facciamo prova di noi come altri! E non sempre questi altri ci piacciono. Perché le consuetudini, il pensiero, l’etica, l’educazione, i giudizi esterni che abbiamo preso per buoni e che si esprimono in quell’identità che mandiamo in giro per il mondo, fidente della propria compattezza, ci impediscono di accoglierne il valore.

O perché ci paiono nemici, portatori di sofferenze e lacerazioni.

L’estraneità a se stessi

Scrive Wilhelm Schmid con un crescendo che esprime doviziosamente l’intensità della prova:

un certo pensiero e un certo sentimento comandano questo, mentre quell’altro prender ordini da un pensiero diverso o da un diverso sentimento. […] Ogni spinta viene contrastata da un’altra e ogni argomentazione da quella opposta.

Uccidiamo il cuore, in un’estasi d’autarchia, quando un’esperienza d’amore ci ferisce. La mente, aggrappandoci a una verità univoca, quando un dilemma è tanto potente da dilaniarci. I polmoni, quando la tristezza insieme al respiro rischierebbe di trasformarsi in pianto. Il fegato, quando riconoscere la rabbia ci sembra poco urbano o dignitoso.

Poi, mettiamo una lapide sopra ciascun sepolcro.

Del resto – è ancora il filosofo tedesco a precisarlo – l’autorelazione è soltanto un’opzione possibile, non una cosa necessaria. E riposarsi da se stessi evitando di problematizzare l’incontro con gli alter ego che ci appaiono estranei è sempre dato all’uomo come possibilità. Fino all’indifferenza. Alla fuga. Al rifiuto.

«Aprile è il più crudele dei mesi»

E nondimeno, riconoscere e accogliere gli estranei che incontriamo nell’indagine interiore è l’unico modo possibile per entrare davvero in relazione con sé. Il dialogo è tale proprio perché contempla la compresenza di un dià (fra) del lògos (discorso).

E, come ogni nascita, è tutt’altro che una missione per signorine.

 

Aprile è il più crudele dei mesi, genera

Lillà da terra morta, confondendo

Memoria e desiderio, risvegliando

Le radici sopite con la pioggia della primavera.

L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse

Con immemore neve la terra, nutrì

Con secchi tuberi una vita misera

recita la celeberrima poesia di T.S. Eliot, non a caso intitolata La sepoltura dei morti.

Il caldo dell’inverno non può che nutrire vite misere. Resuscitare richiede il coraggio e la fatica di spaccare la corteccia, di bucare la terra.

E allora chiediamoci: quali parti di noi abbiamo ucciso? I nostri mali sono lì. Pietre pronte per essere spostate.


Autore dell'articolo: Dott.ssa Francesca Guercio

Dott.ssa Francesca Guercio
Francesca Guercio è Consulente Filosofica, Counselor Esistenziale e Formatrice in Pratiche Teatrali. Docente di materie letterarie, è stata contrattista presto le università “Tor Vergata” e “Lumsa” e come attrice e regista collabora stabilmente con l’associazione “Figli di Hamm”. Accompagna gli ospiti desiderosi di compiere un percorso di conoscenza, ricerca di senso e trasformazione personale orientata all’arte di ben vivere in incontri individuali, di coppia e di gruppo. I primi prevedono uno scambio basato sul colloquio, i secondi possono comprendere sia la mera riflessione verbale (è il caso, per esempio, dei caffè filosofici, delle sessioni di meditazione sui testi ed esperienze di lettura contemplativa, degli incontri con la formula del “dialogo socratico”) sia semplici esercizi di consapevolezza corporea, improvvisazione e creatività dedotti dalle metodologie teatrali. RICEVE a ROMA in via dei Quinzi, 37 (Metro A - Numidio Quadrato) presso l’Accademia Nazionale di Scienze Olistiche e ad ALBANO LAZIALE in prossimità della stazione ferroviaria Villetta sulla linea Roma Termini-Albano Laziale. CONTATTI: francesca@figlidihamm.org; 331-9429223; Linkedin: https://www.linkedin.com/in/francesca-guercio-49b017148/

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