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Solitudine al tempo dei Social Network

Solitudine al tempo dei Social Network: avere la nostra rete di relazioni costantemente a portata di smartphone ci impedisce davvero di sentirci soli?

Parlare di solitudine nell’era dei Social Network sembra quasi un paradosso. Oggi tutti comunichiamo con facilità. Ormai solo quando dormiamo o andiamo in aereo siamo disconnessi da una rete di relazioni che ci accompagna durante tutta la giornata. Scambiamo opinioni, informazioni, piccoli e grandi segreti, emozioni da condividere. Ci rimbalziamo l’uno con l’altro esperienze, informazioni e notizie. Portiamo le persone a cui vogliamo bene in tasca nello smartphone. E’ una presenza rassicurante. Come spesso avviene è più importante sapere di poter fare una cosa che farla. E quindi la presenza vicino a noi di uno strumento che ci permette quando ci assale la nostalgia di amicizie che si vanno perdendo in un presente troppo affollato di impegni di poter sentire una voce in California o a Ibiza che ci ricordi un’estate di vacanza e relax è impagabile. Come è emozionante e rassicurante aprire un messaggio e vedere una sfilza di cuoricini rossi che si inseguono sotto i nostri occhi.

Quindi in teoria oggi abbiamo debellato la solitudine, che nella nostra società è considerata una malattia.

In effetti, sentirsi soli comporta spesso una sgradevole, quando angosciante, sensazione. Quella percezione di essere abbandonati a noi stessi, di essere finiti su un binario morto, di non essere accettati, quindi di non essere compresi. Di vedere la luna dal fondo di un pozzo sapendo di non poter risalire né chiedere aiuto. Ma se allora viviamo quasi ogni momento della nostra vita condividendolo, postandolo, se siamo una comunità attiva perché ancora capita di sentirsi soli? Anzi, perché esiste un nuovo tipo di solitudine che ti prende non quando stai solo ma mentre sei immerso nella tua comunità?

Perché quello che porti dentro di te non si riversa nella socialità, come vorresti; rimane in te. Essere connessi si rivela una cura palliativa della malattia, un modo per esorcizzarla, non, come speravi, per guarire. Come avviene quando si parla di problemi fisici con un’amica, raccontarli, e magari sentire che anche lei ha gli stessi problemi ti alleggerisce, e ti rassicura. Ma finito l’incontro, il dolore resta come prima, nulla è cambiato. Ecco che allora serve un’altra cura alla solitudine. Devi finalmente confrontarti con te stesso e, per paradosso, per vincere il pensiero che stare solo sia soffrire di una malattia, devi disconnetterti.

“Luke hai disinnescato il computer d’attacco, cosa è successo? Niente, sto bene…”

Tutti ricordiamo la memorabile scena di Star Wars nella quale il giovane Luke Skywalker lancia la sua navicella all’attacco della Morte Nera. Il suo mentore Jedi gli invia un messaggio: “Segui l’istinto, Luke..” Lui allora disconnette quello che è l’equivalente della guida di un navigatore elettronico. Quel passaggio è essenziale; lui sceglie di fidarsi di se stesso! E capisce che per fare questo deve staccare ogni contatto. Deve concentrarsi; resta solo con le sue responsabilità, e le sue scelte. Prende nelle mani il suo destino.

Per fortuna noi non corriamo il rischio di essere polverizzati da un laser. Ma di sicuro imparare a gestire la solitudine diventerà un punto di forza della nostra nuova vita. E allora proviamo un esperimento, spegnere per 24 ore il cellulare. E’ un gesto difficilissimo da compiere, anche di domenica. Un giorno senza la possibilità di comunicare come siamo abituati, ci fa annaspare. Sembra una proibizione; ma ci aiuta il mistero della luna.

La luna che illumina la notte non brilla di luce propria ma riflette la luce del sole che non vediamo.

Il mistero della luna, citato anche da Papa Francesco, ci aiuta a combattere la solitudine. Come la luna, abbiamo sempre un sole che ci illumina, anche nella notte buia. E quindi restare per un giorno soli serve a costruire un’armonia nuova con noi stessi, a conoscerci senza avere paura di un mondo prescrittivo e giudicante che influenza le nostre emozioni e le nostre scelte. Significa non indossare per un giorno i panni del personaggio che nel tempo abbiamo costruito per noi, convinti che sia quello più adatto alla socialità e al successo. Significa risalire al sole che ci illumina da dentro; risalire ai primi ricordi e da lì dipanare con serenità la nostra vita, come la vedessimo in un film; senza fretta, senza angosce, solo armati dalla curiosità di conoscerci meglio. Ad occhi chiusi capire chi siamo, sorprenderci di quelli che di buono e di sbagliato ha combinato quell’essere che siamo, rinviando ogni giudizio, o sentenza. Un esercizio per scoprire la compagnia di noi stessi, rimandando ogni intenzione..

“Dammi sei ore per abbattere un albero, e passerò le prime quattro ore ad affilare la scure.”

Abraham Lincoln

La parola solitudine muore quando si impara cosa fare quando si è soli; se avrai imparato ad essere in compagnia quando non sei in compagnia, se avrai capito che stare soli è il lavoro di affilare una scure senza sentire di perdere tempo, e anzi è riannodare i fili che potrai tirare senza che si spezzino in futuro, se accetterai che sono i piccoli passi in privato quelli che permettono i balzi in pubblico, avrai smesso di avere una malattia, e avrai acquistato un amico per la vita. Te stesso. Ora, puoi riaccendere lo smartphone…

Sibilla Ceccarelli

https://www.facebook.com/sibillaceccarellicoach/

 


Autore dell'articolo: Coach Sibilla Ceccarelli

Coach Sibilla Ceccarelli
Sibilla Ceccarelli è una Coach. Si è diplomata come Coach professionista presso la Scuola di Coaching Umanistico seguendo quella che è la sua vocazione: allenare le persone ad essere felici e soddisfatte di se stesse e della propria vita. Continua ad approfondire i suoi studi in materia di Coaching e di PNL e a specializzarsi in alcune aree di intervento quali il Corporate Coaching rivolto alle Aziende, seguendo corsi e seminari. Attualmente segue vari clienti con percorsi di Coaching individuali volti al raggiungimento di obiettivi nella sfera delle relazioni, della professione e del rapporto con se stessi. Offre anche percorsi di Coaching organizzativo in favore di aziende e studi professionali. È socia AICP (Associazione Italiana Coach Professionisti) nonché Coach partner della Scuola di Coaching Umanistico di Luca Stanchieri. Riceve per appuntamento e su Skype. Per info e appuntamenti: sibillaceccarellicoach@gmail.com

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